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Clima, Ğl'Italia inquina troppoğ - Rassegna stampa sulla Conferenza di Bali 2007 Stampa E-mail
Saturday 08 December 2007

bali2007.jpgClima, «l'Italia inquina troppo» (Il Corriere della Sera del 07 dicembre 2007)

Clima, appello di Gore alle nazioni "Anticipare il Kyoto bis al 2010" (La Repubblica del 07 dicembre 2007) 

Clima, Italia sotto accusa a Bali. Appello di Al Gore: "Fate presto" (La Stampa del 07 dicembre 2007)

Amazzonia soffocata dal clima impazzito (La Stampa 06 dicembre 2007)

Greenpeace, la prima emergenza per i giovani è il clima (La Stampa 5 dicembre 2007)

Intervista ad Antonino Zichichi (La Stampa del 5 dicembre 2007)

Bali, spiragli per un accordo (La Repubblica 14 dicembre 2007)

Clima, raggiunto l'accordo a Bali "Road map per il Kyoto 2 nel 2009" (La Repubblica 15 dicembre 2007)

La resa dell'amministrazione Bush (La Repubblica 15 dicembre 2007)

Bali, sul clima si tratta ad oltranza (Il Gazzettino 15 dicembre 2007)

 

Bocciata la nostra politica sui gas serra: siamo tra i primi 10 emettitori al mondo
Clima, «l'Italia inquina troppo» (Il Corriere della Sera del 07 dicembre 2007)
Secondo uno studio presentato a Bali, il nostro Paese è al 41esimo posto sui 56 responsabili del 90% del CO2

BALI (INDONESIA) - Ecologisti a parole, ma non nei fatti. Dopo mille accuse dai politici del nostro Paese contro i Paesi non firmatari del protocollo di Kyoto sulla riduzione dei gas serra, ora è chiaro a tutti che l'Italia, che il protocollo l'ha firmato, non l'ha rispettato. È infatti una netta posizione di retrovia quella assegnata alla politica italiana sul clima nel «2008 Climate Change Performance Index», presentato a Bali da Germanwatch e Can-Europe. Posizione che l'Italia condivide, tra i dieci principali emettitori mondiali di CO2, con il Giappone e che vede un giudizio peggiore assegnato solo agli Usa ed al Canada. E' vero che l'ultimo dato su cui si basa il rapporto riguarda il periodo 2003-05 e che segnali di inversione di tendenza ci sono stati nel 2006. Tuttavia è indicativo di come l'Italia abbia ignorato le indicazioni del trattato.
POSIZIONE DI RETROVIA -. Il Ccpi è un'indice indipendente, finanziato dal Governo federale tedesco, giunto alla sua terza edizione che prende in considerazione i 56 Paesi responsabili del 90% delle emissioni mondiali di CO2. Nella costituzione dell'indice complessivo concorrono tre diversi parametri: gli attuali livelli di emissione (30% del peso complessivo), i trend di emissione (50%) e le politiche climatiche (20%). La struttura dell'indice tende, pertanto, a premiare soprattutto i Paesi che dimostrano un'effettiva volontà di cambiamento, in linea con l'obiettivo dello studio di essere uno strumento di pressione politica e sociale per quei Paesi che ritardano ad attuare efficaci iniziative in termini di protezione climatica. Anche il giudizio complessivo dell'indice, non solo quello sulle politiche climatiche, evidenzia una situazione negativa per l'Italia che, tra i 56 Stati valutati, si posiziona al 41° posto, dietro a Cina, Polonia e Bielorussia. Rispetto al Ccpi pubblicato lo scorso anno perdiamo 6 posizioni, mentre solo 4 Paesi sono stati valutati peggio di noi all'interno dell'Unione europea a 27.
SVEZIA AL PRIMO POSTO - Il Paese con la migliore prestazione, che non ottiene comunque ancora il giudizio «molto buono», è la Svezia, seguita da Germania, Islanda, Messico ed India. Ciò dimostra come le politiche climatiche dei principali Paesi emergenti quali Cina, India e Messico siano radicalmente cambiate rispetto allo scorso rapporto, arrivando oggi ad essere valutate nettamente meglio di quella italiana. È forse proprio questo interessante cambio di rotta delle politiche ambientali dei Paesi emergenti l'elemento di maggiore interesse del rapporto. Ció trova piena corrispondenza con quanto ha affermato oggi Hans Verolme, Direttore del programma sui cambiamenti climatici di Wwf International, che ha voluto elencare proprio la Cina come uno dei Paesi che sta dimostrando il comportamento piú positivo in questa fase negoziale della Conferenza di Bali.
IL WWF: «NESSUNO STUPORE PER LA BRUTTA FIGURA» - «Nessuno stupore e nuovamente solo rammarico nel valutare la brutta figura del nostro Paese di fronte alla comunità internazionale – ha commentato Michele Candotti, Segretario generale del Wwf Italia - Tra i maggiori responsabili dell’inquinamento da gas serra nel Pianeta, l’Italia ha ripetutamente nascosto le proprie responsabilità ora scaricandole su altri paesi europei, accusando Germania e Gran Bretagna di essere i grandi inquinatori, ora sui paesi in via di sviluppo addossando responsabilità ad India e Cina. Eppure le informazioni, i dati e le soluzioni tecnologiche non mancano, e non ci vuole molto per invertire le rotta. Quest’anno lo hanno dimostrato proprio Cina e India che stanno progressivamente inglobando le politiche per Kyoto come opportunità di crescita».
PECORARO SCANIO: «SERVE UNA SVOLTA» - Secondo il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio «i dati confermano che l'Italia ha bisogno di una svolta più decisa nelle politiche per il taglio delle emissioni di gas ad effetto serra e nelle azioni di contrasto ai cambiamenti climatici in atto. L’Italia sconta fardello di emissioni di gas serra eccezionalmente pesante: il nostro impegno è cominciato nel 2006, con la Finanziaria 2007, e prosegue oggi per far crescere il peso del risparmio energetico, delle energie pulite e rinnovabili, delle misure per l’edilizia e per i trasporti sostenibili. I ritardi accumulati negli anni scorsi - ha aggiunto il ministro - pesano ancora troppo e la svolta sulle energie pulite e rinnovabili, il solare in particolar modo, e sull'efficienza energetica, avviata con la scorsa Finanziaria è ancora troppo debole e deve essere potenziata».



Il premio Nobel per la pace chiede alla Conferenza di Bali di stringere i tempi
"Non possiamo attendere sino al 2012 per vedere applicato un trattato più rigido"
Clima, appello di Gore alle nazioni "Anticipare il Kyoto bis al 2010" (La Repubblica del 07 dicembre 2007)
Presentati i dati sulle emissioni di gas serra nei vari paesi: Italia tra le peggiori
Dati molto incoraggianti invece dai cambiamenti in atto in Cina, India e Messico

BALI - Il mondo non può aspettare il 2012 per stringere i rubinetti dei gas serra. Occorre anticipare di due anni la seconda fase del Protocollo di Kyoto, facendola partire già dal 2010. E' questo l'appello lanciato da Al Gore a Bali, dove i negoziatori di oltre 180 nazioni stanno faticosamente cercando di gettare le basi per un nuovo accordo che consenta di rendere più stringenti i limiti imposti alle emissioni che alterano il clima, imponendo dei vincoli anche ai paesi in via di sviluppo come Cina, India e Brasile che oggi aderiscono al patto ma senza subirne le imposizioni.
L'ex vicepresidente statunitense, vincitore del premio Nobel per la Pace in virtù delle sue campagne contro il riscaldamento globale, ha chiesto ai partecipanti alla Conferenza di avviare le trattative per elaborare un accordo post-Kyoto, da definire entro il 2009 per poi ratificarlo nei successivi tre anni, prima che l'attuale Protocollo scada. "Io spero - ha dichiarato Gore - che i governi anticiperanno la data del nuovo Protocollo di due anni, in modo da non attendere sino al 2012 per vedere applicato un trattato più rigido".
Per quanto auspicabile, l'ipotesi lanciata da Gore al momento appare poco credibile. Le trattative procedono infatti con grande cautela e lentezza, accompagnate dalla difussione di dati sulle difficoltà che il pur blando Protocollo di Kyoto attualmente in vigore incontra per essere rispettato. Difficoltà che dipendono innanzitutto dalla volontà politica, come dimostra il caso italiano.
A ribadire la nostra pessima pagella è il rapporto "2008 climate change performance index" presentato oggi a Bali da Germanwatch e Can-Europe, due associazioni che con il contributo economico del governo federale tedesco hanno elaborato questo indice indipendente per misurare l'adesione dei vari paesi agli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto. Stando alla ricerca, solo agli Stati Uniti (che però non hanno ratificato il trattato) e il Canada fanno peggio di noi.
Nella costituzione dell'indice complessivo concorrono tre diversi parametri: gli attuali livelli di emissione (30% del peso complessivo), i trend di emissione (50%) e le politiche climatiche adottate (20%). La struttura dell'indice tende, pertanto, a premiare soprattutto i paesi che dimostrano un'effettiva volontà di cambiamento, in linea con l'obiettivo dello studio di essere uno strumento di pressione politica e sociale per quei paesi che ritardano ad attuare efficaci iniziative in termini di protezione climatica.
Anche il giudizio complessivo dell'indice, non solo quello sulle politiche climatiche, evidenzia una situazione negativa per l'Italia che, tra i 56 stati valutati (i principali produttori mondiali di gas serra), si posiziona al 41° posto, dietro a Cina, Polonia e Bielorussia. Rispetto al Ccpi pubblicato lo scorso anno, l'Italia perde inoltre altre sei posizioni. I dati di GermanWatch si fermano al 2005. L'anno scorso, secondo il ministero dell'Ambiente, le emissioni italiane sono migliorate sia pur di poco (1,5%).
Secondo il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, la colpa è dei "ritardi accumulati negli anni scorsi" che impediscono una "svolta sulle energie pulite e rinnovabili, il solare in particolar modo", mentre sull'efficienza energetica, il cambio di rotta avviato "con la scorsa Finanziaria è ancora troppo debole e deve essere potenziato".
Il paese con la migliore prestazione, che non ottiene comunque ancora il giudizio "molto buono", è la Svezia, seguita da Germania, Islanda, Messico e India. Ciò dimostra come le politiche climatiche dei principali paesi emergenti quali Cina, India e Messico siano radicalmente cambiate rispetto allo scorso rapporto, arrivando oggi ad essere valutate nettamente meglio di quella italiana. Una tendenza che diversi studi hanno già iniziato a registrare.



Clima, Italia sotto accusa a Bali. Appello di Al Gore: "Fate presto" (La Stampa del 07 dicembre 2007)
Il rapporto alla Conferenza su clima: emissioni Co2, peggio di noi solo Usa. Il Nobel: anticipare protocollo Kyoto
BALI. L'Italia è in ultima fila nella lotta ai cambiamenti climatici, alla pari con un gigante energivoro come la Cina. Lo rivela uno studio dell’organizzazione ecologista «Germanwatch», presentato oggi alla Conferenza delle Nazioni Unite a Bali, che prende in considerazione i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) sulle effettive emissioni di anidride carbonica e le politiche governative adottate per limitarle.
Emissioni Co2, Italia bocciata
Secondo la ricerca, l’Italia si piazza infatti al quarantunesimo posto, a pari merito con Pechino, su una classifica di 56 Paesi. Il più virtuoso è la Svezia, il primo al mondo a fare di più per proteggere il clima. Segue, tra gli altri, al quinto posto l’India, l’altro grande gigante economico mondiale, la Turchia al ventunesimo, l’Iran al trentaquattresimo. I peggiori in assoluto sono l’Arabia Saudita, all’ultimo posto, preceduta da Stati Uniti, Australia e Canada. Gli autori dello studio hanno definito «particolarmente allarmanti» i cattivi risultati dei dieci Paesi, tra cui l’Italia, che da soli sono responsabili per oltre il 60 per cento delle emissioni di CO2.
I consumi di energia
La lista dei maggiori consumatori di energia è guidata dagli Stati Uniti, che da soli consumano il 20,47 per cento dell’energia prodotta nel mondo, seguiti da Cina (15,18%), Russia (5,66), India (4,70), Giappone (4,64), Germania (3,02), Canada (2,38), Gran Bretagna (2,05), Corea del Sud (1,87) e Italia (1,62). Lo studio di «Germanwatch» mette anche in evidenza che sul piano generale la riduzione delle emissioni di anidride carbonica è stata in parte dovuta al crollo dei regimi politici dell’est europeo con le loro industrie altamente inquinanti. L’organizzazione mette anche in guardia da un’ulteriore estensione delle centrali elettriche a carbone e sottolinea che in media ogni due settimane entra in servizio in Cina una centrale a carbone da 500 Megawatt.
Appello di Al Gore: "Applicare Kyoto"
Intanto da bali arriva il monito di di Al Gore che fa appello ai governi di tutto il mondo perchè anticipino di due anni l’applicazione di un nuovo trattato per la riduzione dei gas serra, senza aspettare la scadenza del protocollo di Kyoto fissata per il 2012. Da Oslo, dove lunedì ci sarà la consegna del premio Nobel che gli è stato assegnato per il suo impegno nella lotta ai cambiamenti climatici, l’ex vice presidente degli Stati Uniti ha detto: «Spero che la data effettiva del nuovo trattato sia anticipata di due anni, in modo da non dover aspettare il 2012 per avere in vigore un trattato più solido».
«Gli Stati Uniti dovrebbero essere i leader naturali in questa sfida»
Ancora, secondo Gore, «gli Stati Uniti dovrebbero essere i leader naturali in questa sfida e molti di noi stanno lavorando duramente per produrre un cambiamento nelle politiche americane». E un cambiamento, secondo l’ex vice presidente. già si comincia a intravvedere, come dimostra l’impegno di oltre 700 città e di molti Stati di rispettare i vincoli del protocollo di Kyoto, che non è stato ratificato dall’amministrazione americana. Le parole di Gore sono arrivate mentre è in corso a Bali, in Indonesia, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima che dovrà gettare le basi per il dopo Kyoto.



Amazzonia soffocata dal clima impazzito (La Stampa 06 dicembre 2007)
Il polmone verde del Pianeta stretto nella morsa della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Entro il 2030 il 60% della foresta amazzonica potrebbe essere danneggiata in modo irreversibile 

Da Bali, dove si svolge la 13° Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, il WWF lancia a livello mondiale il nuovo rapporto, Il circolo vizioso in Amazzonia: siccità e incendi nell’era del riscaldamento globale, che rivela le drammatiche conseguenze che la perdita della foresta amazzonica potrebbe significare per il clima a livello locale e globale e per le popolazioni del Sud America. Entro il 2030 il processo di deforestazione in Amazzonia, potrebbe rilasciare nell’atmosfera dai 55.5 a 96.9 miliardi di tonnellate di CO2, e 96,9 miliardi vuol dire più di due anni delle attuali emissioni globali di gas serra a livello mondiale.

Il complesso della foresta amazzonica è inoltre uno degli stabilizzatori chiave del sistema climatico globale e la sua distruzione costituirebbe una seria minaccia per l’intero equilibrio del Pianeta. “L’importanza della foresta amazzonica per il clima globale non va sottovalutata” sostiene Dan Nepstad, Senior Scientist al Woods Hole Research Centre in Massachussets, uno dei più autorevoli centri di ecologia globale a livello internazionale e autore del report. “La sua conservazione è essenziale non soltanto per i processi di raffreddamento delle temperature globali; l’area amazzonica garantisce un’immensa fonte di acqua dolce in grado di influenzare alcune delle correnti oceaniche, e soprattutto è un ingente serbatoio di carbonio.”
Le tendenze all’espansione delle attività agricole, delle zone di pascolo per il bestiame, degli incendi, della siccità e delle continue azioni di deforestazione costituiscono una seria minaccia per l’intera foresta pluviale e potrebbero causare la distruzione o il severo deterioramento del 55% dell’intera foresta amazzonica entro il 2030. Il carbonio generato dalla conversione delle foreste in pascoli per il bestiame e che finisce in atmosfera, è attualmente calcolato dai 0.2 ai 0.3 miliardi di tonnellate all’anno. Questa cifra potrebbe raddoppiare se lo stato di siccità permanesse e se si intensificassero gli incendi. Se, come anticipato dalla comunità scientifica, le precipitazioni si ridurranno in futuro del 10% , allora un ulteriore 4% delle foreste sarà danneggiato dalla siccità.
Il riscaldamento globale in effetti può causare una riduzione delle precipitazioni fino al 20% soprattutto nelle regioni orientali, con un aumento delle temperature locali di 2°C, che potrebbero drammaticamente salire fino a 8°C entro la metà del secolo. “La foresta amazzonica è oggetto di progetti ed azioni concrete da parte del WWF da diversi decenni. – dichiara Gianfranco Bologna, Direttore scientifico del WWF Italia - Oggi tutte queste attività sono coordinate in una grande priorità di azione (Key Stone Initiative) che il WWF ha voluto per mettere insieme tutti gli sforzi e cercare di ottenere i migliori risultati possibili per proteggere questa area fondamentale per l'intero Pianeta.
In questo grande sforzo il WWF Italia ha coinvolto il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, soprattutto nelle aree brasiliane di Acre-Purus e Itenez-Marmorè nelle zone meridionali dell'Amazzonia ai confini con Perù e Bolivia, per interventi concreti in difesa della foresta e quindi del sistema climatico, con l'attivo coinvolgimento delle popolazioni locali." “L’accordo sul clima, il cosiddetto Kyoto Plus, in discussione a Bali, include misure tese a ridurre le emissioni generate dalle foreste” dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile del Programma clima del WWF Italia. “Fallire nella protezione della foresta amazzonica significa non soltanto un disastro per milioni di persone che vivono in quella regione, ma anche una minaccia per la stabilità climatica del mondo.”
 
 



Greenpeace, la prima emergenza per i giovani è il clima (La Stampa 5 dicembre 2007)
 
ROMA. È l’ambiente la prima emergenza del pianeta per i giovani: il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici vengono prima di qualsiasi altro allarme, comprese droghe, violenza e guerra. È quanto emerge da un sondaggio on-line realizzato da Habbo, la più diffusa community virtuale per teenager nel mondo, e da Greenpeace International.
L’indagine ha coinvolto circa 50 mila adolescenti in 18 nazioni, Italia compresa. I risultati del sondaggio sono stati resi noti mentre a Bali (Indonesia) è in corso la Conferenza Onu sui Cambiamenti Climatici. Secondo i dati di Habbo, il 56% degli intervistati ritiene che il problema più grave siano i cambiamenti climatici mentre il 46% indica il terrorismo.
Secondo il 64 per cento degli adolescenti è ancora possibile arrestare il riscaldamento globale però quasi il 40 per cento realmente non sa quali siano le cause o cosa sia possibile fare per prevenirlo. In ogni caso, gli adolescenti non pensano che questo problema riguardi solo il futuro: due ragazzi su tre ritengono che il surriscaldamento peggiorerà le loro vite.
Su quale sia il Paese che ha maggiori responsabilità per le emissioni inquinanti, i giovani non hanno dubbi: è il Nord America a finire sotto esame. Il 39% dei teenager, infatti, ritiene che questo continente sia fra i maggiori emettitori di ’gas serrà, seguita dall’Europa (24) e dall’Asia (19). Il 25% dei giovanissimi nordamericani, però, non è sicuro che il surriscaldamento del pianeta sia davvero un problema.

 


 

Intervista ad Antonino Zichichi (La Stampa del 5 dicembre 2007)
Tutte le volte che si sciolse il Polo Nord
I mutamenti climatici non sono una novità “E la scienza non capisce che cosa succede”
 
di Davide Patitucci
Uragani, alluvioni e siccità sono una minaccia. Ne sono convinti i membri del Comitato per il Nobel che il 10 dicembre consegneranno il premio per la Pace 2007 all’ex vicepresidente Usa Al Gore e all’Ipcc, il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici. Un organismo che fa parte dell’Onu, ma che è nato in Italia, al Centro di cultura scientifica Ettore Majorana di Erice, su iniziativa di Antonino Zichichi, presidente del Centro Enrico Fermi.
Professore, com’è nata l’idea di far incontrare gli scienziati per discutere di cambiamenti climatici?
«L’idea fu concepita a metà degli Anni 80 nell’ambito dei seminari sulle emergenze planetarie, un appuntamento in cui da 30 anni scienziati di ogni nazione si incontrano a Erice per parlare del Pianeta. Era l’86, quando convinsi il professor Obasi, allora segretario dell’Organizzazione meteorologica mondiale, a creare un comitato: lo scopo era fissare basi rigorose per lo studio dei problemi meteoclimatologici e degli effetti delle attività umane sull’inquinamento. Il gruppo da me presieduto era composto da 50 membri, tra cui Tsung Dao Lee, allievo di Fermi e Nobel per la fisica. Fu Lee a introdurre nello studio del clima le turbolenze, alla base dei modelli climatologici. Poi il comitato si ampliò, trasformandosi in un organismo dell’Onu: l’attuale Ipcc. Che ora conta 2500 membri».
La maggior parte degli scienziati è d’accordo nel ritenere che le temperature siano in aumento. Diverse, invece, sono le opinioni sulle cause. Perché è così difficile arrivare a un unico punto di vista?
«L’Ipcc ha indotto il grande pubblico a credere che la scienza abbia capito tutto del clima. Se fosse vero, il destino del Pianeta sarebbe privo d’incertezze e sotto il rigoroso controllo della scienza. Ma non è così».
Che cosa non è stato ancora capito?
«Il problema è la descrizione matematica del clima. E’ basata su quelle che chiamiamo equazioni differenziali (che descrivono, istante per istante, ciò che avviene), non lineari e accoppiate (ogni formula ha grande influenza su tutte le altre). Le equazioni, però, non hanno una soluzione analitica, ma solo approssimazioni numeriche, per giungere alle quali è necessario usare alcuni parametri liberi».
Può fare un esempio?
«Il padre della matematica che descrive i fenomeni meteoclimatologici, John Von Neumann, 50 anni fa spiegava così le difficoltà di queste equazioni: “Se mi date quattro parametri liberi, vi costruisco un modello matematico che descrive quello che fa un elefante. Ma se mi permettete di aggiungerne un quinto, vi prevedo che l’elefante volerà”. I modelli dell’Ipcc hanno molto più di cinque parametri. E’ una matematica che appartiene alla scienza della complessità, che studia, ad esempio, l’attività cerebrale o le Borse».
In che modo la fisica dell’Universo subnucleare e la climatologia sono unite dallo studio dei sistemi complessi?
«Come i climatologi, anche noi fisici che lavoriamo nel campo delle interazioni fondamentali: tentiamo di fare previsioni, per esempio sul livello di energia in corrispondenza del quale dovrebbero esistere nuove particelle. Tuttavia, nonostante la matematica che usiamo sia più accurata di quella adoperata in climatologia, abbiamo problemi nel fare previsioni. Ma queste predizioni non hanno conseguenze sulla vita di tutti i giorni. Al contrario, le previsioni legate ai modelli climatici hanno enormi conseguenze sul futuro».
Quali conseguenze?
«Sui costi. Se queste predizioni si rivelassero inesatte, potrebbero comportare uno spreco di miliardi, coinvolgendo molti governi nel mondo».
La crisi ambientale è legata al problema energetico. Come fronteggiarlo?
«La stragrande maggioranza degli abitanti del Pianeta, fatta eccezione per gli 800 milioni di individui a cui abbiamo il privilegio di appartenere, ha a disposizione la stessa quantità di energia che avevano i nostri antenati nell’età della pietra. La soluzione è il fuoco nucleare».
Sono trascorsi 20 anni da quando l'Italia ci rinunciò: fu un errore?
«Fu una decisione sbagliata, che costrinse il nostro Paese, allora leader mondiale nel campo della sicurezza delle centrali, alla schiavitù energetica».
Al meeting di Bali l’Onu discute come rafforzare gli accordi di Kyoto sul taglio dei gas serra. E’ la via giusta?
«Kyoto non è la soluzione al problema. Occorre migliorare la matematica dei modelli. Ad esempio, un’analisi delle variazioni climatiche del passato dimostra che i raggi cosmici influiscono sul clima, ma nessun modello ha introdotto questa variabile. Eppure, per via dei raggi, negli ultimi 500 milioni di anni, le calotte polari si sono sciolte e riformate quattro volte (all’incirca ogni 140 milioni di anni), in coincidenza con il transito della Terra in uno dei quattro bracci della galassia».
Come può aiutarci la scienza?
«La matematica da sola non basta. È necessario migliorare gli strumenti di misura e la loro sensibilità».
Intanto gli allarmi crescono: quanto li condivide?
«I cambiamenti climatici hanno sempre accompagnato la storia della Terra, ma in passato non se ne aveva conoscenza. Ecco perché è importante non fare annunci di catastrofi imminenti, avallandoli come se fossero previsioni rigorose. Il rischio, altrimenti, è che la scienza perda la sua credibilità».

Chi è Antonino Zichichi (Fisico)
RUOLO: Divulgatore scientifico nel campo della Fisica delle particelle elementari

CONVINZIONE: Non esiste contrasto tra scienza e fede


 

Dopo ore di stallo, vira al positivo l'atmosfera del summit sulla lotta ai mutamenti climatici
Usa e Unione Europea abbassano i toni dello scontro sulla riduzione delle emissioni entro il 2020
Bali, spiragli per un accordo. Slitta la chiusura della Conferenza
Il negoziatore americano ottimista: "Credo che troveremo un'intesa"
Torna in Indonesia Ban Ki-Moon per incontrare personalmente le delegazioni

BALI - Vira al positivo il vertice sui mutamenti climatici di Bali per decidere la road map della lotta contro i cambiamenti climatici del post Kyoto. Un cambio all'insegna dell'ottimismo, dopo la paura del fallimento dovuto al blocco a sorpresa dei negoziati da parte della Russia che ha di fatto creato un inedito asse con gli Stati Uniti, che si oppongono ai tagli dei gas serra per i paesi industrializzati del 25-40% al 2020 e alla divisione delle responsabilità tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo.
L'accordo non c'è ancora ma Stati Uniti e Unione Europea hanno abbassato il tono dello scontro sul taglio delle emissioni. Scaduto alle 11 (ora italiana) il termine ultimo della Conferenza nell'isola indonesiana, i tempi del negoziato sono stati allungati a domani in un contesto più ottimista che ha fatto dire al negoziatore statunitense Harlan Watson: "Credo che raggiungeremo un accordo". Mentre il ministro tedesco per l'Ambiente, Sigmar Gabriel, ha usato un facile gioco di parole: "La situazione è buona, è cambiato il clima nella conferenza sul clima, alla fine avremo dei successi".
A dare il segno di una nuova aria è arrivata da Timor Est la notizia del rientro in Indonesia del segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon: "Tornerò domani a Bali per incontrare le delegazioni... e impegnarmi in ulteriori negoziati. Quello del cambiamento climatico è un tema che riguarda il futuro di tutta l'umanità", ha detto il numero uno del Palazzo di Vetro, che fin dall'inizio della Conferenza ha sottolineato la necessità di un accordo per il dopo Kyoto.
L'Unione Europea e l'Onu si battono perché la Conferenza si chiuda con un documento che impegni i Paesi industrializzati a tagliare le emissioni di gas serra del 25-40 per cento entro il 2020 mentre Canada e Stati Uniti, responsabili di circa metà delle emissioni, si oppongono a una presa di posizione così drastica e impegnativa. Nessuna delle due parti, però, "vuole apparire come il Paese che ha determinato il fallimento della Conferenza" alla quale hanno partecipato delegati di 190 nazioni, ha detto Yvo de Boer, responsabile dell'Onu per il tema del cambiamento climatico.
La tensione in giornata aveva spinto il premio Nobel per la pace Al Gore a intervenire a Bali personalmente, invitando i governi ad andare avanti con l'intesa anche senza gli Stati Uniti.
(La Repubblica 14 dicembre 2007)



Maratona notturna per trovare un'intesa: gli Stati Uniti si sono uniti solo all'ultimo minuto
Stabilito il percorso per negoziare il nuovo trattato che verrà firmato a Copenaghen fra due anni
Clima, raggiunto l'accordo a Bali "Road map per il Kyoto 2 nel 2009"
Delegati esausti ma felici. De Boer in lacrime alla plenaria
Ban Ki-moon: "Grazie, momento di grande importanza"

La stanchezza di Yvo de Boer, organizzatore del summit di Bali, a fianco di Ban Ki-Moon e al presidente indonesiano Yudhoyono
NUSA DUA (Indonesia) - Dopo un'intera notte di negoziati a Bali è stato finalmente raggiunto un accordo. Alla XIII Conferenza dell'Onu sui mutamenti climatici è stata trovata l'intesa dopo che gli Stati Uniti hanno ceduto alle pressioni dei Paesi più poveri.
Svolta dopo la maratona notturna. "Vogliamo lavorare insieme e arrivare al consenso" ha detto Paula Dobriansky, capo delegazione statunitense. Un cambiamento di rotta dopo la pressione internazionale durante la discussione in sessione plenaria, che ha portato al risultato dopo un'estenuante maratona, in cui non sono mancati momenti di forte emotività: Yvo de Boer, segretario della Convenzione internazionale sui cambiamenti climatici, che organizza i summit annuali sul clima, ha pianto nella sessione plenaria davanti a ministri e delegati. Era stato accusato duramente da Cina e India per aver aperto la plenaria mentre era in corso un confronto tra i Paesi in via di sviluppo del gruppo G77&Cina. "Non lo sapevo", si è scusato in lacrime De Boer, dinanzi al segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e al presidente indonesiano , giunto al summit questa mattina. De Boer ha lasciato la sala con la voce strozzata.
Nuovo accordo a Copenaghen nel 2009. L'intesa prevede un percorso per negoziare un nuovo accordo sui mutamenti climatici che sostituisca in maniera più ambiziosa il Protocollo di Kyoto. Il 'Kyoto 2', che sarà negoziato nei prossimi due anni, sarà firmato a Copenaghen nel 2009. Il nuovo trattato avrà effetto a partire dalla fine del 2012.
"E' un momento di grande importanza per me e per il mio mandato" ha commentato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. "Ringrazio gli Stati membri per il loro spirito di flessibilità e compromesso" ha aggiunto il segretario, che ore prima aveva mostrato tutta la sua frustrazione per lo stallo dei negoziati, spronando i delegati a trovare una soluzione. "E' arrivato il momento di decidere" aveva detto solennemente all'ultima sessione plenaria.
13 giorni di trattative serrate. La "roadmap" di Bali è stata approvata per consenso dai delegati dei 190 Paesi presenti, al termine di oltre 13 giorni di trattative serrate, uno in più di quelli previsti dall'organizzazione. Esausti ma felici i delegati sono giunti all'intesa al culmine di un drammatico testa-a-testa che ha visto gli Stati Uniti unirsi all'accordo solo all'ultimo minuto.
Usa: più impegni anche dai paesi poveri. Il testo dell'accordo, proprio tenendo in conto le obiezioni degli Stati Uniti, non fa riferimento a cifre per quanto riguarda le emissioni inquinanti e la necessità di ridurle. Il Protocollo di Kyoto (mai ratificato dagli Stati Uniti e fatto proprio soltanto pochi giorni fa dall'Australia) vincolava tutti i paesi industriali al taglio delle emissioni di gas serra tra il 2008 e il 2012, mentre i Paesi in via di sviluppo non erano coinvolti. Il patto che uscirà dai nuovi negoziati dovrebbe essere invece vincolante per tutti i Paesi a partire dal 2013.
(La Repubblica 15 dicembre 2007)



IL COMMENTO
La resa dell'amministrazione Bush
di Antonio Cianciullo
 
Paula Dobriansky, la negoziatrice Usa
PER capire cosa è successo alla conferenza di Bali bisognerebbe guardare il filmato dell'ultima seduta in plenaria, dopo una notte di incontri a vuoto. I delegati esasperati da due settimane di trattativa a oltranza, i trabocchetti sul testo anti-gas serra che spuntano uno dietro l'altro, le lacrime del segretario della convenzione sui cambiamenti climatici che vede crollare l'intesa preparata da mesi. Il no americano che gela la sala. Poi il vento cambia. Il Giappone non segue i tradizionali alleati americani. Due interventi di violenza poco diplomatica di Sudafrica e Papua Nuova Guinea invitano la Casa Bianca a farsi da parte se non può aderire all'accordo e vengono accolti da applausi interminabili. A quel punto Paula Dobriansky riprende la parola per dire che sì gli Stati Uniti ora danno il consenso al documento finale.
Il muro del no eretto dalla delegazione Usa ha retto solo 25 minuti. Ma era stato incrinato dal sì a Kyoto espresso da 700 città e 25 stati americani e dall'affondo di Gore che, con il Nobel ancora in valigia, si era precipitato a Bali per dire che la colpa dello stallo è della Casa Bianca, che la trattativa deve andare avanti, che bisogna lasciare un grande spazio bianco al posto degli Stati Uniti e che quello spazio sarà riempito tra due anni dal nuovo presidente.
Non c'è stato bisogno di lasciare quello spazio bianco. Fallita in sede tecnica, la trattativa è stata risolta quando sono entrati in campo, direttamente sollecitati dai ministri dell'Ambiente, i capi dei governi. L'amministrazione Bush ha misurato l'impopolarità crescente della sua posizione, il declino dell'immagine degli Stati Uniti nel mondo, i voti che in casa repubblicana cominciano a passare ai candidati pro Kyoto, la pressione di oltre cento grandi aziende preoccupate di venire tagliate fuori dal mercato dell'energia pulita e dell'efficienza. Ed è stata costretta a cambiare posizione.
E' questo il dato centrale che emerge dalla conferenza di Bali. I numeri vengono dopo anche perché devono in larga parte essere ancora scritti. Gli scienziati dell'Ipcc hanno fatto la loro parte indicando la strada da seguire: meno 25-40 per cento di tagli alle emissioni serra al 2002, meno 50 al 2050. E' tanto? E' tantissimo. E' folle? E' quasi folle. Purtroppo è anche necessario e le misure concrete non possono che essere adottate man mano che si mettono a fuoco le soluzioni concrete.
A Bali è stata decisa la roadmap per evitare il disastro climatico. Entro il 2009 si raggiungerà l'accordo sulla seconda fase del protocollo di Kyoto, quella che comincia dopo il 2012. E, in maniera graduale, dovranno essere coinvolte le grandi economie che ancora non hanno preso impegni, a cominciare da Stati Uniti, Cina e India. Ci vogliono consenso, tecnologia, coerenza, finanziamenti. E' una strada ancora incerta, tortuosa, lenta. Ma a Bali si è capito che è l'unica possibile.
(La Repubblica 15 dicembre 2007)

 



Pecoraro Scanio: «Sul dopo-Kyoto situazione ingarbugliata». Oggi il segretario Onu Ban Ki-moon chiude la Conferenza  
Bali, sul clima si tratta ad oltranza
 
Bali. Si sono prolungati nella notte, ad oltranza, i lavori della Conferenza mondiale sul clima ormai alle battute finali. La plenaria è stata convocata per stamattina quando si attende anche l'arrivo del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. In discussione il documento destinato a contenere un piano per la riduzione delle emissioni dei gas serra in grado di superare gli obiettivi del Protocollo di Kyoto che scadrà nel 2012. I due temi più controversi sono stati i tagli delle emissioni di gas per i paesi industrializzati (del 25-40\% al 2020 rispetto ai livelli del '90) e la divisione delle responsabilità tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo. Il dibattito si è riscaldato anche sulla propostadi citare o non citare nel documento finale, il rapporto degli scienziati del panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) che pone lancia un forte e documentato allarme sui rischi anche a breve termine di non mantenere gli impegni-obiettivo per i prossimi 10-12 anni.
Il fronte ambientalista ha visto schierati soprattutto l'Ue, con Onu, Australia, presidenza Indonesiana della Conferenza e piccoli Stati. Contrari a impegnarsi sulle cifre, in particolare gli Usa (da sempre contrari a obiettivi vincolanti) ma anche Canada, Giappone e Russia. India e Cina sono disposte anche a spingersi a tagli del 50\% di emissioni, ma solo verso il 2050 e chiedendo che i Paesi industrializzati facciano i sacrifici più grandi e soprattutto immediati.
«La situazione si è ingarbugliata, ci sono ancora chiusure irresponsabili», ha dichiarato il ministro dell'Ambiente italiano Alfonso Pecoraro Scanio che ha ventilato «un risultato deludente, molto al di sotto delle necessità».
Bali non è Kyoto: il Forum dell'Onu sui cambiamenti climatici è il punto di partenza di un processo che dovrà concludersi nel 2009 a Copenaghen, ha commentato Corrado Clini, direttore generale del ministero del'Ambiente che ha criticato chi alimenta attese eccessive su Bali. «Il negoziato vero partirà il prossimo anno e dovrà tener presente come dare una risposta equa e globale all'aumento della domanda di energia, soprattutto delle economie emergenti senza provocare un forte aumento delle emissioni di anidride carbonica».Lo snodo cruciale possono essere nuove regole del commercio internazionale nell'ambito dell'Organizzazione mondiale del commercio: norme globali che prevedano l'attribuzione del "prezzo del carbonio" creare una base di finanziamenti agli investimenti per le energie alternative nell'arco dei prossimi 25-30 anni.

Da Il Gazzettino del 15 dicembre 2007

Ultimo aggiornamento ( Tuesday 03 March 2009 )
 
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