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Una (modesta) proposta per un rilancio della competitività economica e dello sviluppo culturale dell'Italia. Questo l'intento di "Contro il declino", opera di un giornalista scientifico, Pietro Greco, e di un docente di cibernetica, Settimo Termini. Per gentile concessione di Greco, incontrato durante una presentazione pubblica del libro, ne pubblichiamo una pagina.
Se vogliamo diminuire l'impatto umano sull'ambiente abbiamo bisogno sia di regolare e indirizzare l'evoluzione spontanea del mercato sia di nuovi modelli di sviluppo nettamente alternativi a quelli liberisti puri. Ebbene, entrambe queste operazioni presuppongono una forte consapevolezza culturale e una volontà politica ancora più forte. Ma è anche vero che nessuno di questi obiettivi può essere realisticamente realizzato senza una forte innovazione tecnologica. E, per esempio, impensabile abbassare le emissioni antropiche di gas serra se non mettiamo a punto nuove tecnologie che ci consentano di sostituire i combustibili fossili con fonti di energia carbon free e rinnovabili. Non lo diciamo solo noi. Se ne vanno convincendo anche i teorici della ecological economics, dell'economia ecologica. Da molti anni alcuni di loro vanno proponendo la necessità, inderogabile, di raffreddare i consumi globali e, quindi, individuali: questa è la necessità che sta dietro la dimensione ecologica del concetto di sviluppo sostenibile. Gli economisti ecologici propongono niente meno che rifondare il modello economico neoclassico, passando da un'economia della crescita illimitata a una steady state economy, un'economia dello stato stazionario. Una posta in gioco altissima. Perché sull'aumento illimitato dei consumi, globali e individuali, si fonda l'intera economia di mercato, almeno nella visione dei liberisti puri. Il modello, proposto per primo da Herman Daly, prevede il blocco sostanziale della crescita della produzione e dei consumi. È questo l'unico modo possibile, sostengono gli economisti ecologici, per interpretare il concetto di sviluppo sostenibile. Tuttavia è anche un modo che gli altri economisti (e non solo i neoclassici) considerano nemico del progresso, se non reazionario. Un mondo in cui l'economia non cresce, ove anche fosse possibile, sarebbe, sostengono, un mondo meno ricco e più ingiusto. Sarebbe un mondo senza sviluppo. In realtà, da molti anni ormai il modello steady state di Hermann Daly e, più in generale, il modello di sviluppo sostenibile è stato meglio specificato. Quello che si propone non è la fine dello sviluppo economico e dell'aumento della ricchezza delle nazioni, ma l'inizio di uno sviluppo senza crescita nella produzione e nel consunto dei beni materiali. In un'economia dello stato stazionario la ricchezza delle nazioni si fonda non più sul consumismo e sulla crescita dei beni materiali, ma su un benessere fondato sullo sviluppo delle relazioni umane e della fruizione di beni comuni. In realtà nel modello di sviluppo sostenibile l'economia continua a crescere, ma grazie alla produzione di beni socialmente condivisi e di beni a scarsa intensità di materia e/o energia. Il paniere di questi beni non si esaurisce certo nei prodotti ad alta intensità di conoscenza. Ma non si potrà riempire senza contare anche su questi prodotti. In definitiva, possiamo dire che un'economia fondata stilla conoscenza non è certamente sufficiente a diminuire l'impatto umano sull'ambiente. Ma senza la produzione di nuova conoscenza (e di nuove tecnologie) non è possibile costruire uno sviluppo sostenibile. Entrare nell'economia della conoscenza non significa costruire necessariamente lo sviluppo sostenibile. Ma fuori dalla società della conoscenza la costruzione dello sviluppo sostenibile è molto più difficile, se non impossibile.

P.Greco, S. Termini - CONTRO IL DECLINO, ed. Codice (€. 9,90)
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