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Il software che misura l’impronta ecologica di aziende, scuole e città in tempo reale!!! Stampa E-mail
Scritto da Redazione Italia Pulita   
Thursday 29 October 2009
RON DEMBO Il suo software misura l’impronta ecologica di aziende, scuole e città in tempo reale. E trasforma i consumi in carbon credits per restituire al pianeta quello che prendiamo.

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 «Investiamo i profitti in progetti di riciclo e riforestazione. Quello di cui sono più orgoglioso riguarda i 36mila alberi a 40 miglia da Vancouver» «Finalmente la sensibilità ai temi ambientali è diventata cool. Ma i governi locali devono agire con rigore: siamo in corsa contro il tempo»Ron Dembo è fondatore e presidente di Zerofootprint. Nato in Sudafrica, ha giratol’Europa e Israele in autostop. Parla cinque lingue, ha una laurea in Matematica e un dottorato in Informatica. È stato professore a Yale e consulente della bancad’investimento Goldman Sachs. Nel 1989 ha fondato Algorithmics, impresa di softwareper il management del rischio cresciuta fino a impiegare 550 persone in 15 nazioni.Nel 2005 l’ha venduta per 175 milioni di dollari. Ha pubblicato tre libri tra cuiEverything You Wanted To Know About Offsetting But Where Afraid To Ask (Tutto quello che avreste voluto sapere ma non avete mai osato chiedere sulla riduzione dei gas serra, 2007), dedicato alle figlie Bustine e Ella. Vive a Toronto dove ha una fattoria alimentata con energia geotermica.imaginate una città dove nella notte, su ogni palazzo, brillano led luminosi che segnalano le emissioni di CO2 aggiornate in tempo reale. Il costo nascosto di fonti energetiche non sostenibili, di sprechi letali, di deforestazione e distruzione di interi ecosistemi, sarebbe sotto gli occhi di tutti. Per Ron Dembo è la città del futuro perché la sua missione è rendere visibile l’invisibile. In una vita precedente Dembo era un matematico, un professore di Yale corteggiatissimo dai giganti di Wall Street, un guru del management, un milionario noto nei circoli della finanza internazionale come Ceo di Algorithmics, impresa di software per la gestione del rischio. Nel 2005 però ha voltato pagina e ha lanciato Zerofootprint(zerofootprint.net), un ibrido tra impresa responsabile e gruppo no profit che nella sede di Toronto sviluppa tecnologie e strategie per misurare e ridurre l’impatto ambientale di governi, aziende, scuole e comunità di quartiere. Quando ha scoperto la lotta al riscaldamento globale?012_full.jpg«Nel 2005 avevo appena venduto la mia azienda, ero interessato alla biodiversità ma in modo vago, disimpegnato. Ero una delle 200 milioni di persone delle nazioni del G8 che si preoccupano per l’ambiente ma non fanno nulla di concreto. Andai a TED, la conferenza di Monterey, in California, dove si discute di “idee che vale la pena diffondere”, c’erano i fondatori di Google e molti altri nomi che contano della Silicon Valley. Rimasi di stucco: eccoci qui, un mucchio di ricchi e potenti, con tanta passione e consumi giganteschi ma senza consapevolezza ambientale o idee chiare su come fermare una catastrofe incombente. L’ultimo giorno partecipai a una competizione su come cambiare il mondo. Proposi un’idea semplice: restituire al pianeta quello che prendiamo. Zerofootprint è nato così».Dembo si guarda intorno, esplora un “mondo ecologista incredibilmente frammentato, senza una visione e una strategia forte”, si immerge negli studi scientifici che non lasciano speranze sugli effetti devastanti del riscaldamento globale. «Mancavano gli strumenti per spiegare in modo semplice e inequivocabile l’impatto negativo dell’uomo sul pianeta», dice. «Per questo noi di Zerofootprint studiamo come renderlo evidente sia ai bambini sia ai dirigenti delle grandi multinazionali. Chiunque può andare sul nostro sito, fare un rapido calcolo delle emissioni quotidiane e agire concretamente per ridurle. Un esempio? Prima di prendere un aereo è possibile verificare l’impatto del volo e acquistare carbon credits. Li vendiamo a individui e aziende e reinvestiamo i profitti in progetti certificati di riciclo e riforestazione.Quello di cui vado più orgoglioso sono i 36mila alberi che crescono a quaranta miglia da Vancouver. La foresta contiene almeno sei diverse varietà di abeti e cedri canadesi che dal 2006 a oggi hanno assorbito oltre 220.000 tonnellate di anidride carbonica».Nel portfolio clienti di Zerofootprint ci sono colossi dell’editoria come Harper Collins e Random House, Air Canada e marchi di abbigliamento green. Dembo mantiene stretti legami con il mondo del business, parla la loro lingua, pensa in termini di bilanci, obiettivi e risultati misurabili.Crede forse che il capitalismo salverà il pianeta dopo averlo distrutto? «Il capitalismo come lo conosciamo non funziona. Ci sono costi non calcolati, prezzi falsati e servizi non retribuiti. Come l’ossigeno emesso dagli alberi, che prendiamo senza pagare. Ci comportiamo come padroni dell’universo.Le multinazionali potrebbero fare molto, Wal-Mart ha 1,8 milioni di dipendenti, Exxon 83mila, sono come nazioni senza confini con un potenziale enorme nel taglio di CO2. E potrebbero muoversi in modo più veloce dei governi. Basterebbe l’impegno dei dirigenti. Molti hanno capito, sono sinceri, ma continuo a vedere esempi di greenwashing e operazioni di make-up. Qualche tempo fa ero a New York per la Clinton Initiative: un’azienda che fino a ieri spendeva milioni per convincere gli Usa che il global warming era un mito o una cospirazione diceva di essere in prima linea sul fronte ecologista. Certo, tutto questo significa anche una cosa positiva: finalmente la sensibilità verso i problemi ambientali è diventata cool, non è più possibile ostentare indifferenza».UO SOFTWARE MISU Dembo è nato e cresciuto in Sudafrica, ricorda bene quando il razzismo era la norma e la forza del movimento anti-apartheid. «Oggi succede qualcosa di simile con l’ambiente», dice. «La pressione sociale sta crescendo. Ma il capitalismo non riformerà se stesso. I governi devono agire, servono tetti rigidi sulle emissioni. Siamo in corsa contro il tempo». In cima all’agenda di Zerofootprint c’è la collaborazione con le amministrazioni locali, spesso più avanti dei governi centrali nel risparmio energetico.Tredici grandi città, tra cui Seattle, Ottawa e Austin, aderiscono al network di Zerofootprint. Usano social media e database per coinvolgere i cittadini in progetti collettivi.Dal riciclo all’installazione di pannelli solari condominiali, fino al car-sharing. Dembo ha convinto il sindaco di Toronto David Miller a fare da apripista e oggi la metropoli canadese è impegnata a ridurre il footprint dei suoi 40mila dipendenti e offre un “Personal Carbon Manager” a 2,6 milioni di cittadini con l’obiettivo di abbassare l’emissione di gas serra del 6% entro il 2012 e dell’80% entro il 2050. A Edmonton, non lontano da Chicago, la verifica del footprint è seguita da un concorso a premi per chi mette in gioco la creatività e sperimenta con compost, giardini comunitari e risparmio di acqua. Zerofootprint ha superato da tempo i confini del Nord America.In Congo finanzia progetti di microcredito e riforestazione con la vendita di crediti ambientali. La piattaforma Kids’ Calculator coinvolge oltre un milione di bambini e 35mila scuole in 100 Paesi e insegna ai piccoli utenti il rispetto dell’ecosistema attraverso giochi intelligenti. Sulle pareti dell’ufficio di Dembo a Toronto, dove l’aria condizionata è tabù e le luci si accendono solo quando fa buio, c’è la sua agenda formato gigante: è un susseguirsi di video-conferenze, appuntamenti, interviste e vertici internazionali. La data 7-18 dicembre 2009 è segnata in rosso: sono i giorni della conferenza sul clima di Copenhagen, per molti l’ultima occasione per fermare l’effetto serra. Cosa si aspetta da Copenhagen?«Qualche progresso ma non necessariamente una rivoluzione. Suonerà come un melodrama hollywoodiano ma voglio dirlo lo stesso: siamo sull’orlo dell’abisso. Si sta ripetendo quello che è successo nella Seconda guerra mondiale e cioè che mentre l’Europa bruciava, l’America stava a guardare. C’è voluta Pearl Harbor per far risvegliare il Paese che oggi è la prima potenza mondiale e dovrebbe essere in prima linea.Assurdo, perché abbiamo la tecnologia per invertire una tendenza suicida».Dembo comunque è ottimista. E in vista di Copenhagen ha due priorità. La prima è promuovere VELOmetrics, un nuovo software che permette ad aziende di misurare il proprio impatto ambientale e confrontarlo con quello di concorrenti in diverse aree geografiche. La seconda, più visionaria e ambiziosa, è ZEROPrize, concorso per architetti che mette in palio un milione di dollari per chi progetterà l’eco-restyling di un vecchio edificio e lo porterà a emissioni zero.

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«Siamo ossessionati dai gas di scarico delle auto eppure quell’industria ha fatto grandi
progressi, le tecnologie ibride migliorano di anno in anno. Le automobili sono responsabili per il 3% delle emissioni a livello mondiale contro il 40% degli edifici. A New York il 79% dei gas serra viene dai palazzi, a Toronto tocchiamo quota 65%. Serve un cambiamento radicale.Lo chiamiamo retrofitting, ovvero riconversione di ciò che già esiste». La sfida per architetti e società immobiliari è complessa: neutralizzare le emissioni prodotte da un palazzo costruito tra il 1945 e il 1990. Difficile ma non impossibile. Dembo indica due esempi da seguire: l’intervento sull’Empire State Building a New York che ha tagliato il 40% dell’energia necessaria per alimentarlo, e il piano per l’installazione di pannelli solari e turbine eoliche nella Willis Tower, storico grattacielo di Chicago: «Far coincidere innovazione e sostenibilità nell’architettura crea posti di lavoro. Il retrofitting porta con sé un’intera economia verde». E sorride. RA L’IMPRONTA ECOLOGICA DI AZIENDE, SCUOLE E CITTÀ IN TEMPO REALE. E TRASFORMA I CONSUMI IN CARBON CREDITS. PER RESTITUIRE AL PIANETA QUELLOCHE PRENDIAMO

 

Ultimo aggiornamento ( Wednesday 25 August 2010 )
 
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